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Il grande Filosofo, matematico, saggista e pacifista gallese Bertrand Russel, amava ripetere: “Non smettete mai di dissentire, di protestare, di far valere le vostre ragioni. Siate sempre una voce fuori dal coro” Certamente, ai suoi tempi – parliamo della metà dell’800 – queste riflessioni erano assolutamente originali e realmente “fuori dal coro” considerando che all’epoca la società era nettamente suddivisa fra aristocrazia e povera gente e che la classe media non era esattamente classificata e forse nemmeno collocabile in un comparto certo. Oggi come oggi, seppur siano molte le voci di dissenso su molti temi civili che abbracciano a 360° il tema dei diritti umani, bisogna analizzare come la gente utilizzi la libertà di dissentire e quali siano gli effetti concreti di questo dissentire costante, su tutto e tutti. Nel nostro paese, siamo passati da decenni in cui la popolazione – almeno apparentemente – non esercitava il criterio del dissenso nei confronti della cosiddetta “classe dirigente” a periodi infuocati in cui, in special modo i giovani, hanno realizzato vere e proprie rivoluzioni sociali in nome del dissenso e della protesta contro le istituzioni e i diktat da esse imposti alla popolazione. Un criterio su cui riflettere alquanto, è quello per cui a maggior profusione di parole e slogan su un tema sociale specifico, non corrisponda mai la realizzazione di misure ed atti concreti tali da risolvere le questioni su cui tanto si dibatte. Il dissenso, se non generato da riflessioni profonde e discussioni atte ad argomentarlo, non può che generare sterile violenza verbale senza costrutto: se si vuol dissentire concretamente contro azioni che di fatto assoggettano la popolazione alla negazione dei diritti umani, si deve anche esser ben consapevoli e capaci di sapere come dissentire e perché. Molto spesso invece, ciò che accade in nazioni come la nostra, è passare dal totale lassismo di froonte a vere e proprie infamie contro la popolazione, che permette alle classi dirigenti di spadroneggiare indisturbati sulle vite di milioni di persone, allo scagliarsi violentemente contro non solo le classi dirigenti ma su chiunque si aggiri nel raggio di pochi metri. Ma è un dissentire sterile. Sterile rabbia. Questo infatti, non è dissentire in maniera coerente e pratica: è solo la violenza che scaturisce dal dover prendere atto di aver scelto di esser fessi per una vita intera. Forse sperando di potersi fare i propri affari col beneplacito delle istituzioni. Poiché però, è chiaro ormai, le istituzioni degli ultimi decenni palesano non aver tanto a cuore le esistenze dei cittadini comuni quanto le proprie, ecco che – in un degenerare di criteri sconnessi – interi settori umani, come risvegliatisi d’un tratto da uno stato soporoso profondo, nel prendere atto di essere stati turlupinati al punto da aver perso persino il diritto di dissentire oltre che di vivere dignitosamente, non trovano altra soluzione che di scagliarsi – in maniera però del tutto sterile – nei confronti dei “malfattori” di turno. A nulla serve questo tipo di dissenso che altro non è se non scontro senza alcun tipo di riflessione. L’arte del dissenso, richiede innanzitutto di avere la capacità critica di rendersi conto degli accadimenti. Di saperli catalogare, mettere in ordine di priorità e poi, di utilizzare questa conoscenza per esercitare in maniera concreta e propositiva il diritto al dissenso. Solo così si può dialogare con coloro che, di fatto, sono artefici di molti danni che oggi pesano sulle sole spalle e tasche della maggior parte della popolazione. Sappiate che è sempre possibile fermarsi e riparare le falle. Organizzare gruppi di lavoro fra cittadini che sappiano schematizzare i danni sociali sapendo anche trovare le priorità – cosa spesso non facile – aiuterebbe persino i personaggi istituzionali a lavorare meglio. O a ritrovare la voglia di fare il proprio mestiere; la vorare per il paese e non contro.
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I commenti: | |||
Commento
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Commento di: emilia.urso | Ip:83.73.103.204 | Voto: 7 | Data 21/11/2024 07:25:20 |
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