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Inaugurata in anteprima mondiale nel pomeriggio di venerdì 18 ottobre la mostra “Homeless” del quarantunenne fotografo di Manchester Lee Jeffries, allestita presso il Museo di Roma in Trastevere dal 19 ottobre al 12 gennaio 2014. Promossa dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da LoolitArt, l’esposizione è a cura di Giovanni Cozzi con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. I soggetti degli scatti di Jeffries, una cinquantina in bianco e nero, sono proprio senzatetto, come lascia ampiamente capire il nome della mostra. Si tratta di immagini colte per le vie di Londra, Parigi, New York, Los Angeles e tante altre città, inclusa ovviamente Roma. Risulta evidente la predilezione per i primi piani, per la quasi totalità delle istantanee a parte un paio di strade e di figure intere. I giochi di luce ed ombra nell’inquadratura frontale lasciano spesso sfondi monocromatici scuri, che evidenziano la situazione di disagio ed inquietudine, che a tratti sembra gridata al mondo. “È la stessa luce che affiorava dai volti dei peccatori, dei santi, degli uomini e delle donne del popolo dipinti o scolpiti nel marmo ai piedi della Divinità da Caravaggio, Leonardo, Michelangelo, Bernini nelle opere più grandi dell’arte rinascimentale e barocca europea”, azzarda un importante paragone il curatore Cozzi. “Più che di fotografia, è di arte sacra che si tratta. Ed è questo ciò che resta della divina tragedia di Jeffries: il sacro, il senso vero dell’essere umano, troppo umano, nella discesa agli inferi e nella risalita al cielo”. D - Presente all’anteprima, un molto disponibile Lee Jeffries ha acconsentito a rispondere ad alcune domande: Perché la scelta di questa tematica, legata ai senza fissa dimora? R - Mi trovavo a Londra cinque anni fa, in strada per fare delle foto. Ne ho fatta una ad una ragazza che poi ha iniziato ad urlare, dicendo che avevo “rubato” lo scatto. Mi sono fermato a sentire la sua storia, da lì è iniziato un interesse e la compassione. A Roma ho trovato una particolare spiritualità nelle immagini – risposta che soddisfa anche la curiosità sul perché Roma fosse stata scelta come sede della prima. D - Non ci sono didascalie o riferimenti sugli scatti, dove e quando sono stati effettuati. Come mai? R - È il lavoro che farebbe un fotoreporter, un giornalista, un documentarista ed io non lo sono o sono una combinazione fra tutto. Le immagini colpiscono ad un livello emozionale e metafisico, chi le guarda si fa una sua idea. Fotografo più di una persona o di una circostanza, in quel momento non sono nemmeno senzatetto, semplicemente persone, e le informazioni non sono così importanti. D - Come mail la scelta del bianco e nero? R - Non ci vedevo bene il colore, il bianco e nero dà maggiore enfasi. D - La maggior parte sono primi piani, a che si deve? E si tratta di foto “rubate”? R - Preferisco sempre riprendere il volto, è la prima connessione fra le persone, quando parli con qualcuno lo guardi in faccia. Sono tutti scatti effettuati durante il dialogo con tutta questa gente, ne faccio tanti e poi scelgo quelli in cui ho catturato l’emozione o che ne fanno scaturire altre. (Intervista di Gabriele Santoro) |
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I commenti: | |||
Commento
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Commento di: emilia.urso | Ip:83.73.103.204 | Voto: 7 | Data 23/11/2024 00:26:41 |
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