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Circolo degli Artitsti: Mojo Station esalta il blues americano di Memphis e New Orleans

Circolo degli Artitsti: Mojo Station esalta il blues americano di Memphis e New Orleans
Autore: Nostro inviato Luca Nasetti
Data: 18/01/2014

Non basta immaginare o ricordare i luoghi per assaporare di nuovo certe atmosfere. Non basta neanche raccontare storie e descrivere a parole le sensazioni provate in un viaggio per catturare l’attenzione di chi ascolta. Serve suonarle. Cantarle. Esprimerle.

Serve che il pubblico goda appieno, sfiorando sin quasi a toccarle, le note di quei paesi che narrano non solo di povertà, schiavitù e voglia di libertà, ma anche e soprattutto di blues. Da Memphis (Tennessee) a New Orleans (Louisiana) passando per il Mississippi, l’avventura di Mojo Station nel blues americano ha preso vita ieri al Circolo degli Artisti con musicisti del calibro di Adriano Viterbini (chitarra), Roberto Luti (chitarra) insieme ai Tres (Simone Luti al basso e Rolando Cappanera alla batteria) e The Baby Ruth (Daniele De Vita – voce e chitarra –, e Pierfrancesco Marinelli alla batteria). Il viaggio inizia e finisce piccando le note della sei corde con il plettro al pollice, lasciando le dita libere di suonare (fingerpicks) ed enfatizzarle sul manico con il bottleneck (il collo di bottiglia), nel mezzo tanta musica.

La prima tappa tocca le melodie colme dell’atmosfera di Memphis: Adriano Viterbini nel duetto con Roberto Luti ne traccia l’essenza volando sulla chitarra. Ritmo lento, cadenzato sì ma non troppo calcato, accentua con verve (quando serve) alcuni passaggi davvero incisivi nell’insieme del pezzo. Il blues del Tennesse scorre via lasciando nell’aria il sapore melodico di quelle terre che nell’arco della storia hanno saputo catturare l’essenza di molti generi: dal jazz, al soul, al blues africano.

Tutt’altro impatto ha la musica di Luti. La chitarra del livornese marca sempre nel pezzo il riff base da cui poi le note alte prendono la via per arrivare al culmine della canzone stessa. Stavolta il ritmo è più veloce, decisamente più cadenzato secondo le regole blues. Eppure le frasi tipiche del genere si sentono e si apprezzano anche quando i due chitarristi concludono insieme la prima parte della serata, unendo i due generi ed esaltando le orecchie di chi ascoltava. Con un piccolo sforzo di immaginazione, seduti nella piccola saletta ben attrezzata per l’occasione (i due suonavano seduti su un divano e chitarra in braccio), si poteva anche sognare di approdare dall’altra parte dell’oceano e toccare con mano i luoghi mitici appena suonati da Adriano e Roberto.

La musica (sempre di blues stiamo parlando) si sposta nella sala principale del locale, dove ad attendere il pubblico c’era il duo rock ‘n blues The Baby Ruth. Certo dopo le meraviglie suonate in clean qualche minuto prima, il distorto puro di Daniele De Vita sembra quasi una cattiveria per le orecchie, ma in verità non solo accende la serata, ma anticipa anche il grosso del concerto che verrà dopo con i Tres. Il duo De Vita-Marinelli colora con un po’ di rock il palco del Circolo degli Artisti: alcuni riff spingono i pezzi suonati proprio verso quei lidi, ma la base blues li trattiene forse anche più del dovuto, tanto che le canzoni si prolungano ulteriormente senza mai troppo aprirsi definitivamente a ritmi veloci. Le frasi blues proposte sono piacevoli all’orecchio, in alcuni momenti accompagnate anche da un’ottima linea melodica vocale, peccato manchi proprio chi sorregga il pezzo e ne dà profondità: il basso.

Anche perché la batteria di Marinelli non rimane ad ascoltare la chitarra, ma la spinge a correre inserendo groove di notevole fattura e facendosi altresì sentire, ma senza una linea di basso i due strumenti rimangono a viaggiare su due vie parallele che si incontrano pochissime volte. Si rincontrano invece dopo anni i tre membri dei Tres proprio sul palco del Circolo degli Artisti. Roberto Luti imbraccia ancora la chitarra in questa serata e caccia fuori il meglio del repertorio.

Altro che classic blues, qui siamo al limite con il rock puro anni ’70 e ’80. Mancava solo il distorto e il concerto avrebbe preso un’altra piega. Fedeli invece alle terre della Louisiana, i Tres danno vita a qualcosa di spettacolare: due ore o quasi di musica suonata a palla, il basso di Simone con semplicità passa da riff suonati in slap a quelli che (forse osiamo anche troppo, non per la bravura, ma perché ci allontaniamo dal genere) ci ricordano le migliori rock band americane. Lo strumento sorregge, spinge, canta e a volte diventa leader del pezzo, senza mai prendersi una pausa, senza mai eccedere nelle parti lente (poche per la verità). Certo questo strano rock travestito da blues o blues con le sembianze di rock, non potrebbe funzionare senza una linea ritmica che lo enfatizzi.

Ecco perché Cappanera decide di suonare con il doppio pedale alla cassa, ottave e sedicesimi accompagnano quasi ogni pezzo, rimbombando nella sala ad un ritmo sempre più crescente e trascinatore. In alcune movenze Cappanera sembra più un batterista metal che blues. Infine la chitarra di Roberto Luti non si nasconde dietro i suoi amici: riprende con più forza e decisione le melodie suonate nella saletta piccola ad inizio serata. Bottleneck e plettro al pollice sempre con sé fino alla conclusione, quando l’organizzazione chiede il bis alla band con la partecipazione in più di Adriano Viterbini. I quattro esaltano il Circolo, il pubblico si scatena definitivamente e l’ultima rullata segna la fine dell’avventura (ma non del viaggio) nelle terre del blues.

 




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